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Fondamenti

Patologizzazione e depatologizzazione

Per oltre un secolo il sadomasochismo è stato una diagnosi. La costruzione inizia nel 1886 con Krafft-Ebing, che ricava due categorie cliniche dai cognomi di due scrittori, e si smonta tra il 2013 e il 2019, quando il DSM-5 separa l'interesse parafilico dal disturbo e l'ICD-11 elimina del tutto le diagnosi di feticismo, travestitismo feticistico e sadomasochismo. Non è una vicenda accademica: quelle categorie hanno governato perizie, affidamenti, licenziamenti e terapie.

La costruzione della diagnosi

Krafft-Ebing, 1886

Nella Psychopathia Sexualis Richard von Krafft-Ebing conia i termini sadismo e masochismo, costruendoli sui cognomi del Marchese de Sade e di Leopold von Sacher-Masoch. È un'operazione che oggi apparirebbe curiosa: due categorie diagnostiche ricavate da due opere letterarie, applicate a comportamenti osservati in clinica.

Il testo raccoglie casi, li ordina e li descrive come perversioni. Il metodo è quello dell'epoca: la sessualità non riproduttiva viene classificata come degenerazione, e il compito della psichiatria è nominarla.

Binet e Freud

Nel 1887 Alfred Binet trasferisce all'ambito erotico la nozione di feticcio, presa dall'antropologia coloniale. Nel 1905 Freud, nei Tre saggi sulla teoria sessuale, colloca il feticismo tra le perversioni e integra sadismo e masochismo nella propria teoria dello sviluppo.

L'effetto combinato è che entro i primi del Novecento esiste un apparato concettuale completo, che tratta queste pratiche come deviazioni da spiegare attraverso una storia individuale andata storta.

Il Novecento

Le categorie entrano nei manuali diagnostici e ci restano. Nel DSM le perversioni diventano parafilie, il lessico si ammorbidisce, l'impianto no: l'interesse in sé continua a costituire il criterio.

Un precedente decisivo arriva da un altro fronte. L'omosessualità viene rimossa dal DSM nel 1973 dopo una lunga campagna, e quella rimozione stabilisce il principio che verrà usato quarant'anni dopo: una variante sessuale non è un disturbo in assenza di sofferenza o danno.


Lo smontaggio

Il DSM-5, 2013

Introduce la distinzione tra parafilia e disturbo parafilico. L'interesse atipico in sé non basta: per la diagnosi servono sofferenza clinicamente significativa, compromissione del funzionamento, oppure danno ad altri o coinvolgimento di persone non consenzienti.

È un passaggio importante e criticato. Le obiezioni riguardano l'assenza di una definizione operativa di interesse "intenso", la difficoltà di distinguere il parafilico dal normofilico senza un modello implicito di normalità, e la debolezza dei dati su affidabilità e validità dei criteri. Il tema è trattato nella scheda sulle tassonomie.

L'ICD-11, 2018 e 2019

La revisione dell'Organizzazione mondiale della sanità va oltre. Il gruppo di lavoro propone la rimozione di tre categorie presenti nell'ICD-10: F65.0 feticismo, F65.1 travestitismo feticistico, F65.5 sadomasochismo. La versione rivista viene pubblicata nel giugno 2018 e adottata dagli Stati membri nel 2019.

Il criterio adottato ricalca quello del 1973: rientrano nella classificazione i comportamenti che comportano un danno a persone non consenzienti o una sofferenza rilevante, e non le pratiche consensuali tra adulti.

Chi lo ha ottenuto

La rimozione non è arrivata dall'accademia. Il comitato Revise F65, fondato in Norvegia nel 1996 da Svein Skeid all'interno dell'associazione nazionale per i diritti di lesbiche e gay, ha lavorato per oltre vent'anni con questo obiettivo. Lo psicologo Odd Reiersøl ha curato la parte scientifica. Nel novembre 2011 il comitato ha consegnato al gruppo di lavoro dell'OMS una sintesi di cinquanta pagine di letteratura, argomentando che sadomasochismo e violenza sessuale sono fenomeni distinti.

La Norvegia aveva già rimosso le diagnosi dalla propria classificazione nazionale, seguita da altri paesi nordici. È un caso raro e istruttivo di attivismo che ottiene una revisione nosografica internazionale.


Cosa dice la ricerca

Le rilevazioni disponibili non trovano associazioni tra pratica BDSM e psicopatologia.

Lo studio più citato è quello di Wismeijer e van Assen (2013), che confronta 902 praticanti e 434 controlli su caratteristiche psicologiche di base. I praticanti risultano meno nevrotici, più estroversi, più aperti all'esperienza, più coscienziosi, meno sensibili al rifiuto e con benessere soggettivo più alto, e meno gradevoli sulla scala dell'amicalità. Gli autori concludono che il BDSM possa essere inteso come attività ricreativa piuttosto che come espressione di processi psicopatologici.

Due avvertenze necessarie. I campioni provengono da comunità organizzate, quindi da persone integrate socialmente e sufficientemente a proprio agio da rispondere: è probabile una selezione favorevole. E il confronto misura tratti generali, non esclude che singole persone usino la pratica in modo problematico.

Il risultato sostenibile è quindi negativo e già sufficiente: non c'è evidenza che praticare BDSM indichi disturbo.


Perché conta

La depatologizzazione produce effetti concreti in almeno cinque ambiti.

Perizie e tribunali. Una diagnosi disponibile è una diagnosi che verrà usata. Finché sadomasochismo e feticismo erano categorie cliniche, comparivano nelle valutazioni peritali come elementi a carico.

Affidamento dei minori. È l'ambito in cui le conseguenze sono state più pesanti, e in cui la scoperta della pratica di un genitore ha inciso su decisioni giudiziarie.

Lavoro. Nei contesti in cui la reputazione conta, l'associazione con una diagnosi ha alimentato conseguenze professionali.

Terapia. Un professionista che considera il kink un sintomo lavora per rimuoverlo. Le linee guida cliniche recenti vanno nella direzione opposta, e negli Stati Uniti esiste da tempo una rete di professionisti dichiaratamente informati sul kink.

Salute. Molte persone evitano di riferire pratiche rilevanti in ambito medico per timore di essere etichettate, con conseguenze dirette sulla qualità delle cure.


Cosa resta, e giustamente

La depatologizzazione riguarda le pratiche consensuali tra adulti. Restano nella classificazione i disturbi che comportano danno ad altri o coinvolgimento di persone non consenzienti, come l'esibizionismo verso persone non consenzienti, il voyeurismo non consensuale e la pedofilia. La distinzione è fondata sul consenso e sul danno, ed è esattamente la ragione per cui il resto è uscito.

Va aggiunto che una persona può praticare BDSM e avere contemporaneamente un disturbo psichico, che va trattato senza attribuirlo alla pratica e senza usarlo per delegittimarla.


Nota su accessibilità e disabilità

Qui si sovrappongono due storie di patologizzazione, e l'effetto si moltiplica.

La sessualità delle persone con disabilità è stata a lungo un oggetto clinico. Considerata assente, eccessiva, da gestire, da contenere. La storia dell'istituzionalizzazione, delle sterilizzazioni forzate e del controllo sui corpi disabili è recente e in alcune sue forme non conclusa.

La sovrapposizione produce un effetto specifico. Per una persona senza disabilità che pratica kink, la depatologizzazione ha spostato la questione dal piano clinico a quello privato. Per una persona con disabilità l'accesso al proprio corpo passa spesso attraverso figure professionali, familiari e istituzioni, quindi la sfera privata è meno protetta. Un interesse sessuale atipico ha più probabilità di essere osservato, discusso in équipe e interpretato come sintomo.

Il rischio della doppia lettura. Una pratica consensuale può essere letta come effetto della disabilità: la sottomissione come interiorizzazione della dipendenza, il masochismo come rapporto disturbato con il dolore cronico, l'interesse per il controllo come compensazione. Sono ipotesi che possono avere fondamento in singoli casi e che diventano abilismo quando vengono applicate d'ufficio.

La questione della capacità. Per le persone con disabilità intellettive o sotto misure di protezione giuridica, il tema della validità del consenso è reale e complesso, e viene spesso risolto con una presunzione di incapacità che nessun ordinamento moderno giustifica in blocco. Il criterio corretto è la valutazione della capacità rispetto a quella specifica decisione, non l'esclusione preventiva dalla vita sessuale.

Una conseguenza per la formazione. Chi lavora con operatori e strutture dovrebbe portare la depatologizzazione dell'ICD-11 come dato normativo, perché è uno degli argomenti più efficaci per smontare la lettura clinica automatica della sessualità non convenzionale nelle persone con disabilità.


Errori ricorrenti

  • Presentare il DSM-5 come depatologizzazione completa: ha distinto interesse e disturbo, non eliminato le categorie.
  • Attribuire all'ICD-11 la rimozione di tutte le parafilie: restano le condizioni che comportano danno o non consensualità.
  • Citare Wismeijer e van Assen come prova che i praticanti stiano meglio degli altri, senza dichiarare la selezione del campione.
  • Dedurre da un'assenza di associazione statistica che nessuna pratica individuale possa essere problematica.
  • Presentare la revisione come un riconoscimento spontaneo della comunità scientifica, senza nominare vent'anni di attivismo.
  • Usare l'origine letteraria dei termini per irridere la psichiatria invece che per mostrare come si costruiscono le categorie.
  • Applicare d'ufficio letture cliniche alla sessualità delle persone con disabilità.

Collegamenti


Fonti

Da verificare prima dell'uso pubblico. Le date di entrata in vigore dell'ICD-11 variano tra pubblicazione (2018), adozione formale (2019) ed effettiva applicazione nei singoli Stati, Italia compresa. Controllare lo stato di recepimento italiano prima di citarlo in contesti professionali.